Ieri sera durante la seconda cena socio-letteraria è stato letto un piccolo racconto dello scrittore Roberto Fraschetti. Per chi se lo fosse perso, ve lo riproponiamo di seguito.

La Paz, 12 novembre 2005

La PazUna città da delirio.

L’accostamento a una geografia urbana senza eguali. Senza un metro di pianura. Senza un filo di verde. I muri che comunicano vecchi e nuovi eroi. Quelli che se ne vanno scortati da elicotteri a stelle e strisce, quelli che arrivano benedetti da Pacha Mama che regala la neve bianca.

Il paesaggio che incontrano i miei occhi è un lungo camminare che si snoda dal Titicaca fino alla città seguendo il cammino del sole. Varia l’altezza delle cime, la vastità delle valli, nei ruscelli non cambia la purezza delle acque. Godo del mio punto di vista e corro indietro nel tempo quando bambino sognavo di attraversare le Ande in cerca dell’eldorado.

Sono pronto per l’incontro con una umanità variegata e colorata.

Qui tutto è verticale fino a el Alto, l’immenso mercato a cielo aperto. Venditori ambulanti ad ogni angolo, donne con la bombetta, ragazzini con il moccio al naso, taxi a poco prezzo, donne sui carretti tirati da animali che arrancano in salita, fotografia della vita nella città più alta al mondo dove tutto è colore. Dei tessuti, delle persone, della frutta offerta a due soldi, della povertà voluta dai soliti.

Tutto comunica informazione, condizione economica, cicli di vita e dell’esistenza, appartenenza a quella etnia che ancora parla il quechua, la lingua dei padri, la lingua di chi, dalla storia, è stato sconfitto e sopraffatto.

Tutto è movimento, lavori in corso. Nelle strade, nei palazzi del potere, nei cuori e nelle speranze consapevoli e stridenti, stancanti e da sempre sognati. Gente povera e stremata, affascinante e bella. Vuota di cose e piena di attese. L’aria fredda e luminosa sembra dare limpidezza agli occhi e allontana la mia anima dal mio istinto consumistico.  

In basso, ottocento metri più in basso, nel centro della città si vive come in occidente. Abiti di valore secondo le mode del grande fratello ricco, cibi mordi e fuggi, gente tirata a lucido che compra auto e televisori o biglietti per il paradiso senza passare per la terra dei tanti. Ma in Bolivia questi fortunati sono sempre di meno. E sempre più sono coloro che su questa terra vivono. Colpiti dalla sorte nella loro fatica del quotidiano, cancellati dai diritti e dalla speranza. Moltitudine che spera di trovare cibo per oggi e la fortuna un domani. Folle che coltivano la terra, bassa e faticosa. Numeri che si spostano nella speranza di qualcosa. Sempre con lo stesso volto che sa di rame, il cuore a brandelli e  con l’anima in fuga verso un mondo possibile.

Hanno molto alle spalle e poco davanti ma non perdono i sogni.

Come un treno alla stazione che arriva in ritardo.

Ritarda certo, ma che prima o poi arriva. 

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